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Meditazione Gennaio 2018

Meditazione Gennaio 2018 -      ISTITUTO SANTA FAMIGLIA.
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Adorazione Gennaio 2018

Adorazione Gennaio 2018 -      ISTITUTO SANTA FAMIGLIA.
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Festa della Santa Famiglia di Nazareth

Festa della Santa Famiglia di Nazareth -      ISTITUTO SANTA FAMIGLIA.

Proponiamo per tutti questa riflessione curata da don Giuseppe Ferri, rettore del santuario di Spicello. 

 


La professione dei consigli evangelici nella vita familiare
È il tema della riflessione che, su invito di don Stefano Lamera, don Cesare Ferri ha svolto, in Ariccia, nel 1979. La riflessione è stata stampata, poco dopo, in un opuscoletto dal titolo “Santa Famiglia – Casa Divin Maestro – Ariccia – 30 ottobre/1 novembre”.
Non risulta da nessuna parte di quale anno si tratta: si presume, come detto, nel 1979.
L’opuscoletto è presentato da don Stefano Lamera con queste parole: “Carissimi, sono lieto di presentarvi stampate le relazioni che avete ascoltato nei tre giorni indimenticabili vissuti nella Casa del Divin Maestro, dal 30 ottobre, festa del Divin Maestro, al 1° novembre, festa di tutti i Santi. Manca la relazione di don Riccobene, che non ha potuto riordinarla per tempo. La pubblicherò nella circolarina del prossimo numero.Invito tutti a leggere e considerare attentamente le tre relazioni, specialmente invito a soffermarvi su quella di don Cesare, chiarissima e praticissima per tutti coloro che hanno professato i Consigli evangelici. La grazia dello Spirito Santo feconderà quanto Egli stesso ha seminato nei nostri cuori nei giorni del Santo ritiro.Conservate questi stampati perché sono importanti per la vocazione che il Signore vi ha offerto chiamandovi all’Istituto “Santa Famiglia”.Conservate anche tutte le circolarine; di quando in quando vi sarà utile ritornarci sopra.
Preghiamo insieme! Sac. Stefano Lamera” 
Nel programma delle tre giornate, alle ore 9,30 del 1° novembre, risulta: Relazione di don Cesare Ferri: 
La pratica dei tre Consigli evangelici nella vita pratica di famiglia, tra i due coniugi e tra i coniugi e i figli. 
Di seguito il testo stampato nell’opuscoletto in parola.

Giornata molto importante quella di oggi. 
Molti di voi professano o rinnovano la professione di voti. È un atto liturgico che si compie durante la Messa, al momento dell’offertorio.
Siete consapevoli della grandezza del gesto, della grazia che scende su di voi e nella Chiesa, della festa che si fa in Paradiso?
Non è un semplice atto di pietà; è un atto che, se procede dalla Fede, crea un rapporto nuovo con il Signore. Ci immette in una realtà nuova, analogamente a quanto è avvenuto nella celebrazione dei sacramenti.
Ora, perché la professione dei Consigli Evangelici sia veramente ricca di grazia e copiosa di frutti duraturi, ci accingiamo a riflettere su alcune verità e su alcuni aspetti dei voti.

La Consacrazione attraverso i voti
Cosa è il voto? È un “dono” di Dio. egli fa il primo gesto: lo presenta e ci propone di accettarlo. Diventa reale e operativo solo quando è da noi accettato nella consapevolezza e nella fede. Con esso si crea un patto di bilaterale amicizia tra Dio e noi:
  1. Col voto il Signore si impegna di aumentare la sua grazia per farci riuscire a compiere meglio quello che la virtù esige da ogni battezzato e da ogni coppia cristiana.
  2. Col voto noi ci impegniamo a fare con più amore e più perfettamente quello che è il dovere di ogni battezzato e a vivere in pienezza il sacramento del matrimonio.
  3. Col voto noi accresciamo il valore delle opere nostre. Infatti ogni azione fatta col voto ha un doppio merito: uno è quello dell’opera buona, l’altro di aver eseguito il voto fatto. Per similitudine: l’opera senza voti è come l’offerta del reddito ma non del capitale, del frutto, ma non della pianta; col voto si offre a Dio reddito e capitale, frutto e pianta.
  4. Col voto diveniamo più simili a Cristo e più capaci di vivere come Egli è vissuto.
Voto di povertà
La povertà è virtù fondamentale: senza di essa non esisterebbero le altre. È la prima beatitudine che le riassume tutte. È la strada più sicura per arrivare in paradiso. È il mezzo che ci garantisce la Provvidenza anche su questa terra.Gesù ci ha dato un esempio perfetto di povertà: da ricco che era di tutto, di tutto si è spogliato per arricchire noi.
Come viverla praticamente?
Essenzialmente è uno stato d’animo prodotto dalla fede; è porre la fiducia, la speranza, la potenza, la felicità unicamente in Dio, non nei mezzi e nelle conquiste umane (salute, denaro, carriera, prestigio, comando, ecc…). È essere convinti che il vero valore di una persona non è dato da quello che “possiede” di beni materiali e umani, ma da quello che “è” in bontà e santità.È essere consapevoli che tutto quanto abbiamo è dono di Dio, dato come a prestito, che dobbiamo saggiamente usare, amministrare e mettere a profitto e di cui il Signore ci chiederà conto. Ricordate la parabola dei talenti.
  1. a) Il primo dono è la propria persona e in essa innanzitutto la salute del corpo e dell’anima.
La salute del corpo non si cura solo correndo dal medico quando constatiamo i sintomi del male, ma prevenendo il male.
Spesso la salute si perde per il troppo lavoro. In tal caso il superlavoro è contro la povertà. Non è superlavoro quando si è costretti a compierlo eccezionalmente in certe circostanze e per validi motivi di carità, ma quando è norma per accumulare, per costruire o acquistare un’altra casa, per mettersi in concorrenza di chi cerca il superfluo e il lusso: nell’autovettura, nel vestito, nel vitto, nell’ornamento personale e della casa, nel modo di trascorrere le ferie, e così via.
Senza dire che tutto questo produce fortissime conseguenze negative anche sul piano spirituale, perché non si trova tempo per pregare e riflettere.
  1. b) Dopo la salute, saper amministrare bene gli altri doni personali e familiari, sia di ordine materiale che spirituale: il denaro, i beni di proprietà, l’intelligenza e la volontà e tutti i talenti di grazia elargiti dal Signore.
Quanto vitto e quante cose si sprecano! Quante cose superflue! Quanti regali inutili!
Nessuna spesa straordinaria o di rilievo si faccia senza il parere e il consenso dell’altro coniuge. Essere capaci, sempre in accordo, di dare qualcosa di proprio agli altri, ma con oculatezza e saggezza, perché tutto serva per il loro vero bene. Saper mettere anche il proprio tempo e le proprie capacità a servizio degli altri.
  1. c) Usare dei beni senza inquietudine e attaccamento, dimostrando al mondo che il nostro tesoro è nei cieli e non abbiamo qui dimora permanente. Sapersi perciò distaccare da qualcosa per un bene maggiore: dalla TV, per dialogare in famiglia; da una eccessiva cura e pulizia della casa, per il riposo e la distensione; da un duplice stipendio, se ne va di mezzo l’educazione dei figli e l’armonia coniugale; da certe consuetudini in occasione dei sacramenti, che non favoriscono la celebrazione e la comprensione dei medesimi in un contesto di fede; e così via.
Sapersi distaccare per non agitarsi e impazientirsi, per avere il tempo e le condizioni di pregare bene, di stare più tempo in famiglia e creare più comunione, per credere e vivere la parola di Gesù: “Non state a preoccuparvi troppo, dicendo ‘che cosa mangeremo? ’, o ‘che cosa berremo? ’, o ‘come ci vestiremo?’; perché sono i pagani, che non conoscono Dio, che cercano continuamente tutte queste cose. Voi, invece, cercate il Regno di Dio e fate la sua volontà: tutto il resto vi sarà dato in più” (Mt 6, 31-33).
  1. d) Infine, saper bene amministrare le cose del mondo, attraverso il lavoro. Il lavoro non è solo un fatto economico, ma è partecipazione all’opera creatrice del Padre, redentrice del Figlio, e santificatrice dello Spirito. Con esso, si perfeziona la creazione; con il suo sacrificio, ci si unisce alla croce di Cristo per la salvezza degli uomini; con l’amore con il quale si compie, si ottiene il dono dello Spirito Santo.
Non porta solo lo stipendio, ma tanta grazia per sé e per i figli. Come è importante offrire il proprio lavoro e porlo sulla patena e sul calice quando si va a Messa, come diciamo: “Frutto della terra e del nostro lavoro”.
Lavorare, pertanto, con onestà e rettitudine, senza defraudamenti e senza sfruttamenti. Vivere del proprio lavoro finché le forze lo consentono, senza cercare per vie disoneste una pensione non ancora meritata.
Educare alla povertà i figli: si abituino ad ottenere le cose che a loro servono col proprio sacrificio. Si abituino a rispettare e ben conservare ogni cosa, si educhino a non sprecare il vitto e accontentarsi di quello che c’è. A saper risparmiare, a saper donare. Pochi regali e comunque non superflui e sempre meritati.

Voto di obbedienza
Quando si vive nello spirito di povertà, diventa più facile anche l’obbedienza. Con essa si entra a far parte del mistero di Cristo e della sua missione. Egli ci ha salvato non con la croce e per la croce in se stessa, ma per aver aderito perfettamente alla volontà del Padre, compiendo sino in fondo la sua missione, a costo di qualsiasi sacrificio.
Noi viviamo l’obbedienza anzitutto compiendo bene il nostro dovere nel posto assegnatoci dal Signore, e accettando ogni situazione gioiosa e triste in spirito di sottomissione a Dio, sino a lodarlo e ringraziarlo per tutto quello che ci accade. Ciò perché crediamo che la sua mano provvidenziale ci conduce sempre ed ovunque.
Questa accettazione nella fede è la via maestra che conduce alla vera santità.
I coniugi in particolare realizzano la volontà di Dio così:
  1. a) Mettendo tutto l’impegno per la fedeltà, l’unità e l’armonia coniugale e per tendere alla propria santificazione aiutandosi reciprocamente.
  2. b) Accettando con generosità quei figli che il Signore suggerisce o permette di avere.
  3. c) Impegnandosi nella educazione umana e cristiana dei figli da considerare come principale missione.
Altro aspetto dell’obbedienza è il rispetto e la sottomissione, sempre in spirito di fede, a tutti coloro che in terra rappresentano e interpretano la volontà di Dio. Essi sono: il coniuge, i superiori ecclesiastici e quelli civili.Se la famiglia è “piccola chiesa”, se gli sposi, in forza del sacramento, “sono consacrati per essere ministri di santificazione nella famiglia e di edificazione della Chiesa” (E.M. 104), ciò non si realizza se l’uno procede indipendentemente dall’altro.
Pertanto riconoscere l’indispensabilità dell’altro, aprire con lui un dialogo aperto e sincero, fare propri i desideri e le decisioni dell’altro anche quando ciò richiedesse rinuncia alle proprie vedute.
Praticamente si tratta di adattarsi l’uno all’altro nelle cose di ogni giorno, saper accettare l’altro con tutti i suoi limiti, per arrivare a formare una volontà unica. Non può esistere nelle decisioni la legge del più forte o del più scaltro, ma quella dell’amore.Grande rispetto e stima del Papa, dei Vescovi e dei loro collaboratori. Sono coloro che interpretano ufficialmente, illuminati da una particolare luce dello Spirito Santo, la volontà di Dio. Accettare con grande spirito di fede il loro insegnamento e le loro direttive.
Rispetto e collaborazione, senza sterili critiche, anche verso i superiori civili, osservando le leggi dello Stato. Pregare, come ci insegna san Paolo, per tutti coloro che sono costituiti in autorità.
Educare i figli a questa visione di fede. Parlare sempre in bene o comunque con comprensione di ogni superiore.
Dimostrino i genitori, nello stile di vita e nel modo di consigliare o di comandare, che la loro autorità, lungi dall’essere autoritarismo, è segno dell’amore di Dio.

Voto di castità
Quando si pratica la povertà e l’obbedienza, diventa facile vivere anche nella castità, che in parte è contenuta in quelle virtù.
Si premette che la castità coniugale non è da confondersi con la verginità, propria di coloro che fanno il voto al di fuori dello stato matrimoniale ed in tale stato intendono rimanere. Essa è senza dubbio rispetto del proprio e altrui corpo, considerato come “tempio dello Spirito Santo”, come pure osservanza delle leggi morali relative alla procreazione. Ma non si limita solo a questo.
Anzitutto è credere che il coniuge è una grande meraviglia uscita dalle mani di Dio e messa al fianco come dono. Un dono che nei disegni di Dio serve per la reciproca santificazione e per collaborare all’opera della creazione.
Merita perciò tutta la gratitudine, tutto il rispetto e l’amore: più di qualsiasi persona, più dei figli stessi.
Gratitudine, rispetto e amore che si estendono a tutta la persona: al suo corpo, alla sua anima, al suo spirito; come diventano accettazione, in spirito di fede, di tutti i limiti e difetti che si possono riscontrare in essa.
Come il Signore ha dato agli uomini il creato perché lo perfezionassero attraverso il lavoro, così ha dato il coniuge per aiutarsi reciprocamente a correggersi, a completarsi, a santificarsi, attraverso l’amore.
Come chiederà conto dell’uso che si è fatto delle cose, analogamente farà per l’uso che si è fatto del coniuge. Infatti, non è un semplice “oggetto” di cui si è proprietari assoluti e che si può adoperare come si crede, quando piace e fa comodo; ma è una “persona” con la quale si deve cercare ogni giorno di entrare sempre maggiormente in “comunione”, in consonanza di ideali e di programmi ad ogni livello della persona.
Solo così il rapporto d’amore totale, tipico della vita coniugale, diventa il segno ed il coronamento autentico di tutta un’armonia che esiste sul piano umano e spirituale.
Solo così, nella tensione verso un amore totale che si spoglia di ogni forma egoistica e tende ad essere sempre più puro e perfetto, il rapporto tipico coniugale diventa fonte e mezzo di santificazione. In questo senso, anche il più insignificante e semplice gesto di sincero affetto, diventa merito e grazia che santifica, e diventa per l’altro vero segno dell’amore con il quale Cristo ama la sua Chiesa.
Tutto quanto sopra premesso, si può definire la castità coniugale pienezza di amore verso il coniuge, senza ombra di egoismo, come è l’amore di Cristo verso la Chiesa, per la quale ha dato tutto se stesso: “Amate le vostre mogli (e viceversa), come Cristo ha amaro la Chiesa, sino a sacrificare la sua vita per lei” (Ef 5,25). 
Quando fra coniugi si crea questo rapporto di rispetto, di fedeltà, di fiducia, di dialogo, di stima vicendevole, di aiuto reciproco; quando essi superano le discordanze di carattere, evitano o appianano disaccordi e risentimenti, cercano di vincere l’egoismo con il perdono e la correzione fraterna, i primi a beneficiarne sono proprio i figli.
Trovano in famiglia un clima tale che certamente li aiuta a sentirsi a proprio agio e ad aprirsi con sincerità. Nonostante la società, la scuola, i mezzi di comunicazione sociale congiurino contro la sana educazione all’amore, in famiglia possono ritrovare l’equilibrio. Sta ai genitori seguirli continuamente e non affidarli ciecamente al primo che si incontra: vanno difesi e protetti come una cosa preziosissima. 
Seguirli con la preghiera, affidarli all’Angelo Custode. 
Mandare ad essi la propria benedizione al chiudersi o all’aprirsi di ogni giornata.

Altre riflessioni sull'argomento possono trovarsi cliccando di seguito:
https://www.sangiuseppespicello.it/risorse-su-san-giuseppe/catechesi-e-riflessioni/matrimonio-e-famiglia.html
https://www.sangiuseppespicello.it/risorse-su-san-giuseppe/catechesi-e-riflessioni/carita-ed-altre-virtu.html
 https://www.sangiuseppespicello.it/risorse-su-san-giuseppe/catechesi-e-riflessioni/istituti-secolari.html
28/12/2017 commenti (0)

Schede formazione Gennaio 2018 . Meditazione

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Schede formazione gennaio 2018 . Adorazione

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Consigli di Lettura

Consigli di Lettura -      ISTITUTO SANTA FAMIGLIA.

in dal suo inizio l'Esortazione Amoris laetitia evoca l'avvio della precedente Esortazione di papa Francesco, Evangelii gaudium. «La gioia dell'amore che si vive nelle famiglie» è «la gioia del Vangelo [che] riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù». Amoris laetitia si presenta così come la declinazione in chiave familiare di Evangelii gaudium. Dei molteplici e variegati contenuti di Amoris laetitia, l'Autore ha colto e indagato il centro irradiante, costituito dall'amore. In questa Esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco l'amore è inteso come storia, la storia che Dio ha generato creando l'uomo, maschio e femmina, affinché giungesse a gioire del suo stesso Amore, rivelato in Cristo ed effuso dallo Spirito Santo. Così l'amore coniugale in Amoris laetitia è visto, più che come stato di vita, come storia di vita.

Consigli di Lettura -      ISTITUTO SANTA FAMIGLIA.

Come abitare oggi il mondo della comunicazione? Come esserne cittadini, soprattutto in quanto credenti? In che modo evitarne i rischi e valorizzarne le opportunità? Ecco le domande a cui risponde questo libro, rivolto in particolare a quanti si preparano a svolgere un'attività pastorale. Nella prima parte, il libro approfondisce i vari ambiti della comunicazione, ne ripercorre storia e rilevanza, ricadute sul piano sociale ed educativo. Nella seconda parte offre indicazioni concrete per attivare, anche in ambito pastorale, una comunicazione competente e buona. Il testo è pensato a servizio di chiunque voglia comunicare con consapevolezza e responsabilità.

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Una collana per e con la famiglia

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Immagini dal convegno annuale per i Responsabili . Ariccia dicembre 2017.

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